ATTENZIONE !! #NUOVA_SENTENZA Il PEDONE che passa con il ROSSO rischia il Carcere!!
Cassazione sentenza n. 32095/2017
Pedone condannato ad un anno di reclusione, aveva attraversato col rosso
In evidenza News Giuridiche lug 5, 2017 

Il pedone condannato dalla Cassazione aveva attraversato col rosso scendendo dal bus su cui viaggiava: un anno di carcere e 150mila euro da pagare

Attraversare la strada in maniera incauta e precipitosa può costituire reato. Lo sa bene il pedone condannato dalla Cassazione che, per attraversare la strada è passato col rosso dietro l’autobus dal quale era appena sceso, provocando così un incidente in cui ha perso la vita un centauro.

L’uomo è stato ritenuto colpevole di aver così provocato la morte di un motociclista che arrivava dal senso opposto che, dopo esser stato sbalzato dalla sella, era finito contro un palo della segnaletica stradale. Il motociclista morì poco dopo essere stato trasportato in ospedale per le gravissime lesioni alla testa e al torace riportate nell’impatto prima contro la delimitazione metallica della corsia preferenziale e poi contro il palo della segnaletica verticale.

Il 51enne Massimo Lepratti è il pedone condannato ad un anno di reclusione, pena sospesa dalla condizionale, per concorso colposo in misura del 75% nella morte di Salvatore Zammataro, che guidava una Yamaha lungo la carreggiata centrale di viale Misurata a Milano.

Il motivo della condanna risiede nel fatto che il pedone è spuntato all’improvviso perché coperto, fino ad un attimo prima, dalla sagoma del bus da cui era sceso senza fermarsi ad aspettare il verde pedonale.

Il pedone condannato deve risarcire i familiari del centauro con 150mila euro di indennizzo, così come stabilito dalla Corte di Appello di Milano il 26 febbraio del 2015.

Ad avviso della Cassazione (sentenza n. 32095/2017) “tenuto conto dell’assenza di tracce di frenata, della presenza di almeno un mezzo di grosse dimensioni che occultava la visibilità dei pedoni e della rapidità con cui è avvenuto l’investimento del Lepratti, correttamente i giudici di merito, hanno concluso che lo Zammataro si trovasse a così breve distanza dall’attraversamento pedonale, da non poter utilmente arrestare il proprio veicolo in condizioni di sufficiente sicurezza anche volendo ipotizzare che il semaforo proiettasse per i veicoli luce gialla e non verde”. ( fonte:Responsabile civile)

COPPIA CHE SCOPPIA..
PUÒ' DECADERE DA GENITORE CHI RIFIUTA LA PSICOTERAPIA PER IL BENE DEI FIGLI ANCHE SE LA CASSAZIONE DICE NO!

Tribunale di Roma contro il divieto di imporre trattamenti sanitari: unico modo per contenere la conflittualità. Da casa sua il padre deve far parlare i minori via skype con la madre
Dopo il “corto circuito” della coppia psicoterapia obbligatoria per i genitori e contatti via skype con i figli: il tutto solo per il bene dei bambini. E ciò benché la Cassazione con la sentenza 13506/15 abbia stabilito che il giudice chiamato a decidere sull’affido dei minori non possa prescrivere trattamenti sanitari ai genitori inadeguati. Il percorso di sostegno personale e alla genitorialità in certi casi è l’unico modo per tutelare l’interesse superiore dei bambini e il padre o la madre che non si adegua rischia conseguenze gravi, fino all’estrema misura della decadenza dalla responsabilità genitoriale. Dunque: minori affidati ai servizi sociali per sottrarre le decisioni più importanti alla guerra fra gli adulti e collocamento prevalente presso il genitore che, almeno astrattamente, appare più adatto a svolgere il ruolo. È quanto emerge dalla sentenza 9630/16, pubblicata dalla prima sezione civile del tribunale di Roma (giudice Silvia Albano).
Sabotaggio pericoloso
Lo certifica la Ctu: la coppia è scoppiata e ci sono tutti i presupposti ex articolo 151 Cc per dichiarare la separazione. Nel frattempo gli ex coniugi sono giunti alle querele reciproche. Lei, egocentrica e rigida, si adatta però al percorso presso il consultorio familiare e ottiene il collocamento prevalente delle figlie gemelle. Rischia grosso invece il padre ipervigile e diffidente: si fa visitare soltanto per dimostrare che non ha patologie ma poi non inizia il percorso. Ma in questo modo mostra di non voler contribuire a risolvere i problemi che mettono a rischio il benessere delle gemelle. Ai servizi sociali viene allora ordinato di segnalare alla procura della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni condotte di “sabotaggio” da parte dell’uomo. Con il pericolo di serie conseguenze.
Libertà garantita
Il giudice esclude che il percorso terapeutico prescritto possa costituire una violazione della libertà personale perché non ci sono conseguenze sanzionatorie individuali. Gli effetti, però, ricadono sull’affido condiviso. E il genitore che non vuole mettersi in discussione intraprendendo i percorsi individuati come necessari, osserva il giudice, dimostra di non essere idoneo per il suo ruolo. Il padre, fra l’altro, tende a isolare le gemelle dalla madre quando stanno con lui: ecco perché la sentenza stabilisce che ognuno dei genitori durante la permanenze presso di sé deve garantire contatti tra i figli all’ex partner via telefonico o via skype. Nessun dubbio infine che il giudice ben possa affidare i minori ai servizi sociali: può perfino disporre l’affidamento familiare grazie all’articolo 337 ter Cc introdotto dal decreto legislativo 154/13. Non resta che adeguarsi e pagare le spese di lite integralmente compensate fra le parti.
(fonte:dirittominorile.)

Assegno divorzio: la Cassazione dice addio al tenore di vita! 
Alla luce della rivoluzionaria sentenza numero 11504/2017, 
con la quale la Corte di cassazione ha abolito il parametro del tenore di vita ai fini della determinazione dell'assegno di mantenimento del coniuge va considerato che però per i figli il tenore di vita resta
Va precisato, in ogni caso, che tutto quanto sinora detto vale solo con riferimento all'ex coniuge e non con riferimento ai figli.
La portata rivoluzionaria della recente pronuncia della Corte di cassazione, infatti, riguarda solo l'assegno divorzile e non il mantenimento ai figli, ai quali i genitori, anche dopo il divorzio, dovranno continuare ad assicurare il tenore di vita che garantivano loro quando ancora rappresentavano una coppia.
Del resto, con riferimento ai figli è la legge stessa a fare espresso riferimento al tenore di vita goduto in costanza di convivenza dei genitori, affermando che lo stesso va mantenuto quando questi ultimi divorzino, si separino o cessino la loro convivenza.
Ciò si riflette, tuttavia, anche sul giudizio circa l'assegno divorzile, nel caso in cui l'ex che lo domanda è quello che convive con i figli. In tal caso, infatti, il giudice è chiamato a trovare un punto di equilibrio tra le due diverse modalità di determinazione del trattamento economico.

Lo Studio Legale Capraro offre servizi di consulenza ed assistenza legale, finalizzati al recupero dei crediti, che vengono attuati, primariamente, con un intervento stragiudiziale e, nei casi in cui tale tentativo non abbia successo, con tempestive azioni in sede giudiziaria  nazionali

pistola sotto il materasso
pistola sotto il materasso

Pistola sotto il materasso?
Ci può stare purché…

le parti dell’arma siano collocati in tre luoghi diversi della propria abitazione.
.
l’imputato era tenuto responsabile di non aver custodito l’arma con la dovuta diligenza .

le parti dell’arma erano così disposte:

a) la pistola sotto il materasso del proprio letto

b) le 50 cartucce all'interno di un cassetto del mobile posto in una veranda;

c) il caricatore dell'arma dentro una cassapanca in muratura, posizionata vicino il camino di una sala.

La sentenza (Cassazione, sentenza n. 13570/2017 ),
ha messo in evidenza la cattiva interpretazione della legge da parte del Tribunale: va quindi annullata senza rinvio perché il fatto contestato all'imputato non sussiste.

Nel caso esaminato l'imputato ha indubbiamente realizzato tutte queste cautele ed ha posto una particolare cura ed attenzione alle componenti dell'arma; la Corte non trascura neppure di considerare che egli vive solo in una casa che risulta non frequentata da minori.

Telefonare senza bluetooth, per mandare e ricevere sms, per chattare su WhatsApp mentre si guida vietato forse da maggio 2017
Per chi guida usando il Telefonino saranno sospensione patente

Per chi guida usando il Telefonino saranno GUAI SERI la sospensione della patente scatterà già alla prima violazione
e sarà sospesa da uno a tre mesi.
Il viceministro dei Trasporti parla di un decreto a maggio per affrontare quelle che sono le due grandi emergenze il più rapidamente possibile». 
La prima emergenza è, appunto, quella di chi usa il cellulare alla guida. 
Per telefonare senza bluetooth, per mandare e ricevere sms, per chattare su WhatsApp, per consultare internet. Persino per farsi gli autoscatti al volante e mandarli agli amici. L’accordo trovato tra Trasporti e Interno parla di un inasprimento delle multe e delle sanzioni: oggi l’ammenda è compresa tra i 160 e 646 euro (ma solo 112 se si paga entro 5 giorni) più la decurtazione di 5 punti dalla patente. Se il progetto dell’esecutivo diventerà presto legge, la sospensione del documento di guida scatterà già alla prima violazione, mentre oggi è prevista come sanzione accessoria solo nel caso in cui il cattivo comportamento sia ripetuto nel tempo. 
Il secondo provvedimento che potrebbe arrivare a maggio riguarda i mezzi pesanti, soprattutto quelli provenienti dall'estero.
Vietato sgarrare,stop a ogni tolleranza.



IL RECUPERO CREDITI 

DEVE AVVENIRE NEL RISPETTO DELLA DIGNITÀ

Sono state ritenute illegittime, dal Garante della Privacy, alcune tecniche particolarmente invasive quali, ad esempio: 

·         visite a domicilio o sul posto di lavoro; 

·         reiterate sollecitazioni al telefono fisso o sul cellulare; 

·         telefonate pre registrate poste senza intervento di un operatore, perché con questa modalità persone diverse dal debitore possono venire a conoscenza di una sua eventuale condizione di inadempienza; 

·         invio di posta con l’indicazione all’esterno della scritta “recupero crediti” o “preavviso esecuzione notifica”, fino all’affissione di avvisi di mora sulla porta di casa; 

·         affissioni di avvisi di mora o altri solleciti di pagamento sulla porta dell’abitazione del debitore; 

·         utilizzo di cartoline postali o invio di plichi recanti all’esterno la scritta “recupero crediti” o formule simili che rendono visibile a persone estranee il contenuto della comunicazione. É necessario, invece, che le sollecitazioni di pagamento vengano portate a conoscenza del solo debitore, usando plichi chiusi e senza scritte specifiche, che riportino all’esterno le sole indicazioni necessarie ad identificare il mittente al fine di evitare un’inutile divulgazione di dati personali; 

·         spesso anche dati personali di intere famiglie risultano inseriti nei data base del soggetto creditore o delle società di recupero crediti.·          

Per sollecitare ed ottenere il pagamento di somme dovute è illecito comunicare il mancato pagamento del debitore ad altri soggetti che non siano l’interessato (es. familiari, coabitanti, colleghi di lavoro o vicini di casa) ed esercitare indebite pressioni su quest’ultimo.



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SE NON HAI IL CERTIFICATO DI AGIBILITÀ 
NON PUOI VENDERE CASA !
la seconda sezione civile della Cassazione ha stabilito che l’immobile non e’ commerciabile se manca l'abitabilità (sentenza n. 2294/2017)
chi vende un immobile destinato ad abitazione "ha l'obbligo di consegnare all'acquirente il certificato di abitabilità,affinchè non ci siano problemi dopo l'acquisto e probabilmente per tenere sotto controllo condoni non regolari.
tale mancanza dà la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno



NON BASTA ESSERE INVALIDI AL 100% PER AVERE DIRITTO A L'INDENNITÀ DI ACCOMPAGNAMENTO 

 

 

 

 

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 5 maggio – 30 settembre 2016, n. 19545 Presidente Napoletano – Relatore Tricomi Svolgimento del processo 1. La Corte d'Appello di Lecce con la sentenza n. 232 del 2011, depositata il 4 febbraio 2011, ha rigettato l'impugnazione proposta da P.F. nei confronti di Ministero economia e finanze e dell'INPS avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Lecce n. 4508 del 15 maggio 2008. 2. La ricorrente aveva chiesto al giudice dei lavoro di Lecce il riconoscimento in proprio favore della indennità di accompagnamento, oltre accessori. Il Tribunale adito, con la suddetta sentenza, rigettava la domanda sulla base delle risultanze della consulenza tecnica d'ufficio. 3. L'odierna ricorrente proponeva appello e chiedeva la rinnovazione delle indagini peritali e l'accoglimento della domanda. 4. La Corte d'Appello non ha disposto la rinnovazione della consulenza in quanto il CTU, in primo grado, sulla base della documentazione sanitaria allegata, oltre alla visita personale, aveva dato congrua ed esauriente motivazione in ordine al giudizio espresso, ed aveva escluso che l'appellante ave) diritto all'indennità di accompagnamento, avendo determinato il grado di invalidità della stessa nella misura del 100°h, ma senza necessità di assistenza continua. 5. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre la P. prospettando un motivo dì impugnazioni articolato in più profili. 6. L'INPS ha depositato procura in calce alla copia del ricorso notificato. 7. II Ministero è rimasto intimato. Motivi della decisione 1. Con l'unico motivo di ricorso è dedotta violazione dì legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto. Violazione dei diritti di difesa costituzionalmente garantiti; omessa, carente e contraddittoria e comunque insufficiente motivazione. Assume la P. che la Corte d'Appello avrebbe dovuto procedere al rinnovo della CTU, atteso che il giudizio sulla domanda si era fondato sulla stessa. Il CTU ometteva di indicare nelle patologie l'incontinenza urinaria ed aggiungeva rispetto a quelle indicate dalla Commissione medica l'ipertensione e lo stato d'ansia. Ciò avrebbe dovuto indurre a rinnovare la CTU, atteso che, diversamente da quanto affermato nella sentenza di appello, le osservazioni critiche formulate non erano generiche e già formulate in primo grado, in quanto la produzione dei cartellino di ricovero 5 maggio- 7 maggio 2008 (a meno di un mese dopo le operazioni peritali) e relativo alla gravemente invalidante patologia dei prolasso anale costituiva nuovo e probante elemento tale da inficiare le valutazioni espresse dal CTU. Dunque non tutte le patologie menzionate nell'atto di appello, come affermato dal giudice di secondo grado, venivano esaminate vagliate in sede peritale. Dunque doveva procedersi a una nuova CTU o chiamare il CTU a rendere chiarimenti anche in relazione alla circostanza che la Commissione medica di prima istanza attribuiva alla Ferrigno una invalidità totale al 100%già dal 16 giugno 2004. 2. II motivo non è fondato e deve essere rigettato. Occorre rilevare che la Corte d'appello rigettava l'impugnazione perché, pur in presenza di invalidità in misura del 100%, il CTU aveva escluso la necessità di assistenza continua. Ed infatti, ai fini del riconoscimento dell'indennità di accompagnamento, l'art. 1 della legge n. 18 del 1980, richiede (Cass., n. 15882 del 2015) la contestuale presenza di una situazione di invalidità totale, rilevante per la pensione di inabilità civile ai sensi dell'art. 12 della legge n. 118 del 1971 e, alternativamente, dell'impossibilità di deambulare senza l'aiuto permanente di un accompagnatore oppure dell'incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita con necessità di assistenza continua, requisiti, quindi, diversi dalla semplice difficoltà di deambulazione o di compimento di atti della vita quotidiana con difficoltà (ma senza impossibilità). La capacità dei malato di compiere gli elementari atti giornalieri va intesa non solo in senso fisico, ossia come mera idoneità ad eseguirli materialmente, ma anche come capacità di intenderne il significato, la portata e l'importanza, anche ai fini della salvaguardia della propria condizione psico-fisica, dovendosi parametrare la stessa non sul numero degli elementari atti giornalieri, ma, soprattutto, sulle loro ricadute in termini di incidenza sulla salute dei malato e sulla sua dignità come persona, sicché anche l'incapacità di compiere un solo genere di atti può, per la rilevanza di questi ultimi e l'imprevedibilità del loro accadimento, attestare la necessità di una effettiva assistenza giornaliera (Cuss., ord., n. 25255 del 2014). La censura della ricorrente non investe, in relazione al requisito dell'impossibilità di deambulare senza l'aiuto permanente di un accompagnatore oppure dell'incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita con necessità di assistenza continua in modo specifico,. la statuizione sulla mancanza della necessità di assistenza continua, ma si incentra sulla indicazione delle patologie in relazione al riconoscimento da parte della Commissione medica dell'invalidità totale al 100%, e non contesta con specifiche doglianze l'esito dell'esame obiettivo, riportato in sentenza (marcia lievemente claudicante a sinistra ma autonoma, vigile, orientata, cooperante, non deficit cognitivi, forza, sensibilità e coordinazione indenni, stazione eretta normomantenuta), a sostegno della mancanza delle condizioni dei requisiti sanitari per l'attribuzione dell'ìndennità in questione. Come si è accennato la medesima Corte d'Appello, come il CTIJ, già riconosceva il grado di invalidità in misura del 100%. II motivo di ricorso si sostanzia, quindi in una critica _generica (la ricorrente richiama la produzione dei cartellino di ricovero 5-7 maggio 2008 - senza indicarne le modalità processuali di produzione o trascriverne il contenuto; non riporta i motivi formulati in appello, pur deducendo che non tutto veniva esaminato dal giudice di secondo grado, dovendosi, peraltro, le argomentazioni critiche alla CTU di primo grado contrapporre mediante specifico motivo di impugnazione al fondamento logico giuridico su cui è fondata la sentenza appellata (Cass., n. 3302 del 2013) alla CTU, come condivisa dalla Corte d'Appello, critica che non può trovare ingresso in sede di legittimità, a fronte della adeguata motivazione della sentenza, che nel fare corretta applicazione dei principi sopra richiamati, ha accettato le risultanze della CTU, ritenute ineccepibili sul piano tecnico-scientifico, oltre che logico, non solo in ragione dell'esame obiettivo, ma anche della documentazione sanitaria allegata alla stessa. 3. II ricorso deve essere rigettato. 4. Nulla spese atteso che l'INPS ha depositato solo la procura alle liti in calce alla copia del ricorso notificato e non è comparso in udienza, ed il Ministero è rimasto intimato. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso. Nulla spese.



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Posted by Studio Legale Capraro on Giovedì 21 maggio 2015


Coltivare marijuana è reato anche per uso esclusivamente personale

 

Corte Costituzionale, sentenza 20/05/2016 n° 109

Chi coltiva anche solo una piantina di cannabis rischia la condanna penale, anche nel caso in cui il quantitativo di sostanza stupefacente ricavabile sia così esiguo da essere destinato solo al consumo personale. E' quanto emerge dalla sentenza della Corte Costituzionale del 20 maggio 2016, n. 109.

La Corte d'Appello di Brescia dubitava della legittimità costituzionale dell'art. 75 del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), nella parte in cui non includeva, tra le condotte punibili solo con la sanzione amministrativa, ove finalizzate in via esclusiva all'uso personale della sostanza stupefacente, anche la coltivazione di piante da cannabis.

Il dubbio sulla legittimità costituzionale della norma è con riferimento all'art. 3 Cost., sotto il profilo della disparità di trattamento fra chi detiene per uso personale sostanza stupefacente ricavata da piante da lui stesso precedentemente coltivate (assoggettabile solo a sanzione amministrativa) e chi è sorpreso mentre ha in corso l'attività di coltivazione, finalizzata sempre all'uso personale, condotta che ha rilevanza penale.

In stretto collegamento con il principio di offensività in concreto, la Corte, introducendosi in un contrasto giurisprudenziale di legittimità, ha affermato come l'attività di coltivazione presenti la peculiarità di dare luogo ad un processo produttivo in grado di autoalimentarsi e di espandersi potenzialmente senza alcun limite predefinito, tramite la riproduzione dei vegetali.

 

L'attitudine ad innescare un meccanismo di creazione di nuove disponibilità di droga, quantitativamente non predeterminate, rende non irragionevole la valutazione legislativa di pericolosità della condotta considerata per la salute pubblica, oltre che per la sicurezza pubblica e per l'ordine pubblico, in rapporto all'attentato a tali beni dalle pulsioni criminologiche indotte dalla tossicodipendenza.



SE LA MOGLIE REAGISCE NON E' MALTRATTAMENTO IN FAMIGLIA...
In un contesto familiare di continua conflittualità, ove alla veemenza verbale ed alla collera del marito la moglie risponde con capacità reattiva e non con un supino atteggiamento, non può configurarsi il delitto di maltrattamenti in famiglia. Lo stabilisce la Cassazione con sentenza n. 5258 del 9 febbraio 2016.
Il marito che assume un atteggiamento prevaricatore nei confronti della moglie non può essere punito per il reato di maltrattamenti in famiglia se la donna, presunta vittima, reagisce alle sue intemperanze, senza mai assumere un atteggiamento di soggezione passiva nei suoi confronti. Lo ha detto la Cassazione in una recente sentenza. Il giudice, a tal fine, è chiamato a valutare non solo le modalità delle condotte incriminate, ma anche le qualità e le personalità delle parti: in presenza, pertanto, di persone dotate di un livello di formazione professionale, cultura, posizione sociale ed economica ben superiore alla media, difficilmente la donna può dirsi ridotta ad una condizione di soggezione da parte del marito. Pertanto, laddove la presunta vittima mostri una certa capacità reattiva e non sottostà alle prepotenze e malversazioni dell’aggressore, tenendogli finanche testa, il reato non si configura.
Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 13-11-2015) 09-02-2016, n. 5258


Allarme casa: se disturba può essere reato
Oltre alla multa salata, se l'antifurto suona quando non dovrebbe il rischio è addirittura quello di essere condannati per disturbo della quiete pubblica
Se non si riesce a spegnere il suono dell'allarme a stretto giro, si corre addirittura il rischio di essere sanzionati per disturbo della quiete pubblica: la norma di riferimento è l'articolo 659 del codice penale che punisce chiunque mediante schiamazzi o rumori o abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche disturba le occupazioni o il riposo delle persone.
E la pena non è da poco: il rischio è quello dell'arresto sino a tre mesi o dell'ammenda sino a 309 euro.


Registrare le telefonate dei figli è reato puo' essere punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni”.
La tutela della libertà e della sicurezza delle comunicazioni vale anche in famiglia
Il rispetto della privacy è un principio consolidato e non ammette eccezioni neppure quando si parla di familiari.
Il genitore apprensivo o semplicemente curioso di scoprire cosa nascondono i figli, farà meglio a tentare la strada del dialogo, perché spiare e registrare le conversazioni della prole rappresenta un reato.
L’art. 16 della “Convenzione sui diritti del fanciullo” enuncia il principio per cui “Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione”.
Tale norma va coordinata con quanto previsto dall’art. 617 c.p. secondo cui “Chiunque, fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefoniche o telegrafiche, tra altre persone o comunque a lui non dirette, ovvero le interrompe o le impedisce è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni”.
Tale norma, ha chiarito la Corte di Cassazione, tutela la libertà e la riservatezza delle comunicazioni telefoniche o telegrafiche contro la possibilità di indiscrezioni, interruzioni o impedimenti da parte di terzi. In particolare il diritto alla riservatezza della comunicazione o della conversazione implica la possibilità di escludere altri dalla conoscenza del contenuto della medesima e coerentemente la norma incriminatrice menzionata punisce in tal senso anche la condotta di colui che invece ne prenda cognizione senza il consenso dei titolari.
Si tratta di un principio che vale nei confronti di tutti i soggetti, indipendentemente dal tipo di relazione, come confermano le numerose sentenze della Suprema Corte che hanno condannato i comportamenti violativi perpetrati, ad esempio, all’interno di coppie, sposate e non.
Anche tra membri del nucleo familiare, quindi, va punito chi “spia” e registra le conversazioni, anche se si tratta del genitore nei confronti dei figli, anche minorenni.
Nella sentenza n. 41192/2014, (per approfondimenti: Cassazione: è reato spiare le telefonate dei figli minorenni) la Cassazione ha infatti punito per il reato di ci all’art. 617 c.p. un uomo separato che aveva registrato le conversazioni tra la ex consorte e i figli.
Non è stata accolta la richiesta dell’imputato di avvalersi della scriminante ex art. 51 c.p., ritenendo che i figli minori non possono considerarsi “altre persone” nel senso accolto dalla norma incriminatrice, trattandosi di soggetti che non potrebbero sottrarsi alla potestà genitoriale e ai doveri di vigilanza che il suo esercizio comporta opponendo la riservatezza delle proprie comunicazioni.
Secondo gli Ermellini, ancorché minori, indubitabilmente i figli sono soggetti “altri” rispetto al padre e tanto basta per ritenere integrata la condizione di tipicità del fatto.
L’eventuale rilevanza degli obblighi di vigilanza del genitore nei confronti dei figli minori può eventualmente dispiegarsi nel momento in cui debba valutarsi l’effettiva antigiuridicità del fatto, ma certo tali obblighi non comportano una sorta di immedesimazione tra padre e figlio.
Nel senso accolto dall’art. 617 c.p., il carattere della fraudolenza qualifica il mezzo utilizzato per prendere cognizione della comunicazione (e non l’elemento soggettivo del reato come erroneamente ritenuto dal ricorrente), il quale deve essere pertanto idoneo ad eludere la possibilità di percezione del fatto illecito da parte di coloro tra i quali la stessa intercorre. In altri termini la presa di cognizione punita dalla disposizione è quella realizzata con mezzi che ne garantiscano sostanzialmente la clandestinità
fonte:studiocataldi.it


FALSIFICARE IL TAGLIANDO DELL'ASSICURAZIONE NON E' PIU' REATO 
Per la Cassazione, manca il reato presupposto in quanto prima dell’utilizzazione la contraffazione è fatto penalmente irrilevante.
Niente ricettazione se il contrassegno assicurativo è falso. Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Cassazione, con la sentenza n. 11013/2016, depositata il 16 marzo scorso.
Nel caso di specie, in particolare, il ricorso era stato proposto da un cittadino giudicato colpevole del reato di ricettazione per aver esposto un contrassegno assicurativo RC auto falso.
A tal proposito la Corte di cassazione ha invece precisato che tale falsificazione materiale commessa da un soggetto privato che ne faccia uso mediante esibizione sull’autovettura non integra il reato di ricettazione ma, piuttosto, quello di falsità in scrittura privata.
Dato che, però, oggi la falsità in scrittura privata è stata spazzata via dalla depenalizzazione (precedente al deposito della sentenza ma successiva alla sua emanazione), la questione diventa ancora più interessante: non solo niente ricettazione se il contrassegno assicurativo è falso ma addirittura niente reato!
Si badi bene però: resta esclusa l’ipotesi in cui il modulo contrattuale e il relativo contrassegno provengano a loro volta da reato. In tal caso infatti, come sottolineato dalla stessa Cassazione nella sentenza in commento, si rientra nell’ipotesi di cui all’articolo 648 c.p..
In sostanza i giudici hanno affermato chiaramente di condividere quanto già statuito dalla medesima Corte con la sentenza numero 16566 del 17 marzo 2009, le cui motivazioni sono state in parte trascritte.
In esse si leggeva, infatti, che l’articolo 485 del codice penale stabilisce che ai fini della sussistenza del delitto di falsità in scrittura privata non basta la contraffazione della scrittura, ma è necessario anche che l’autore della falsità o altra persona ne faccia uso.
Se quindi l’imputato esibisce sul parabrezza della propria auto un certificato assicurativo contraffatto, la sua responsabilità non può che essere quella prevista da tale articolo, senza che a ciò rilevi che l’utilizzatore del documento non coincida con l’autore della falsità.
Del resto, prima dell’utilizzazione la contraffazione del documento è un fatto che non rileva penalmente, con la conseguenza che la consegna del documento da parte dell’autore della contraffazione o di chiunque altro al soggetto che concretamente lo utilizzerà non può essere reputata idonea a integrare gli estremi della condotta del delitto di ricettazione: manca, infatti, il reato presupposto.
fonte:studiolegaleramacciati


Non si commette corruzione se si offre "solo 100 euro" al poliziotto per evitare la multa: se devi proprio corromperlo, è necessario che l’offerta sia molto consistente.
Come riporta “laleggepertutti punto it”, la Cassazione si è pronunciata in un caso che riguarda un automobilista fermato con tasso alcolico molto alto. E offrire un biglietto da “100euro” non può determinare agitazione e confusione nel pubblico ufficiale tanto da costituire, per questi, una seria tentazione. È questa la convinzione dei giudici della CassazioneCass. sent. n. 1935/16 del 19.01.2016. Il denaro ha un valore relativo in funzione delle capacità di reddito del soggetto? Non così per i giudici supremi, secondo i quali 100 euro sono, per chiunque, troppo pochi per parlare di un’offerta di corruzione seria, tale cioè da provocare nel pubblico ufficiale un concreto ed effettivo turbamento e spingerlo a chiudere un occhio ed accettare l’importo.
Con questa originale motivazione la Corte ha assolto dalle accuse di corruzione un conducente trovato alla guida in stato di ebbrezza e che, per evitare la sanzione penale massima, aveva estratto un bigliettone dal portafogli esibendolo alle autorità. Sebbene tale motivo sia stato ritenuto già sufficiente per evitare il carcere all’eccentrico automobilista, la sentenza opera anche un’altra valutazione. Quand’anche l’offerta fosse stata consistente (e, a questo punto, sarebbe lecito chiedersi quale somma, secondo la Cassazione, non sia risibile), le condizioni psicofisiche dell’uomo, in evidente stato di alterazione, non consentivano di ritenerlo capace di intendere e di volere e, quindi, in grado di capire il significato del gesto. Per i magistrati del “Palazzaccio” è quindi carente la “offensiva” nella condotta – pur deprecabile – tenuta dal conducente. L’imputato evita così il penale per la corruzione, ma non certo la condanna per guida in stato di ebbrezza.


Quando il tradimento non comporta colpe!
Il Divorzio e la separazione: 
Tradire dopo il matrimonio è possibile: 
se la crisi della coppia era già in atto l’infedeltà non comporta addebito. 
Non sempre il tradimento del coniuge comporta una sentenza di addebito (pronuncia, cioè, che dichiara la responsabilità del fallimento del matrimonio in capo al traditore, con conseguente perdita del diritto al mantenimento): se il coniuge fedifrago vuol andare immune da colpe deve riuscire a dimostrare al giudice che il mancato rispetto, da parte sua, dell’obbligo di fedeltà coniugale è conseguenza – e non piuttosto causa – di una convivenza divenuta già da tempo intollerabile per altri fattori. In buona sostanza, è necessario provare in processo che il tradimento si è verificato una volta ormai spenta ogni fiamma tra i coniugi e, quindi, quando già si è determinata l’interruzione di quella comunione materiale e spirituale che è il tratto essenziale del matrimonio.
Lo ha ricordato il Tribunale di Nuoro con una recente sentenza [Trib. Nuoro sent. n. 552/15 del 29.09.2015].


Lavoro a tempo pieno? chi ha più carichi di famiglia ne ha più diritto.

Dal part time al full time il diritto di precedenza nell’assunzione a tempo pieno va al lavoratore con maggiori carichi familiari.

È quanto precisato dalla Cassazione con una recente sentenza (sent. n. 275/16 del 12.01.2016)

 

Se l’azienda intende trasformare il rapporto di lavoro da full time (tempo pieno) a part time (tempo parziale), deve dare priorità ai lavoratori con un carico di famiglia maggiore. 
Spetta, infatti, in caso di assunzione full-time, un diritto di precedenza a tutti i lavoratori assunti a tempo parziale in attività produttive situate entro 100 Km dall’unità produttiva interessata dall’offerta lavorativa: a parità di condizioni si deve tenere presente il carico familiare del lavoratore.


PENSAVI CHE IL SERVIZIO DI LEVA MILITARE OBBLIGATORIO FOSSE STATO ABOLITO?
Sappiate che e’ stato solo sospeso!! 
Cari signorini, il servizio militare obbligatorio non è stato affatto abolito. Si tratta di una semplice sospensione, che peraltro non opera sempre; infatti( l’ Art. 7, comma 1, della legge n. 231/2000 )prevede l’operatività della chiamata obbligatoria a specifiche situazioni e a ipotesi eccezionali, rilevanti sia in tempo di guerra che in tempo di pace. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza del 8 gennaio 2015 [Cass. sent. n. 517/15 dell’8.01.2015. Una notizia affatto confortante di questi tempi, dove i venti di guerra spirano a pochi chilometri dalle nostre coste. Né, del resto, potrebbe essere diversamente: infatti l’obbligo del servizio militare è un principio costituzionale [Art. 52, co. 2 Cost], che una legge ordinaria non potrebbe mai abrogare definitivamente. 
La Costituzione stabilisce che “il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge …”. Questo significa che la legge può solo regolarne l’esecuzione – ed eventualmente sospenderlo per un periodo di tempo determinato o indeterminato – ma non può certo abrogarlo definitivamente; per tale compito sarebbe necessaria solo una legge costituzionale o una modifica della stessa Costituzione. 
Il risultato è che non è neanche completamente abolito il reato di renitenza alla leva ma ne è solo ridotta l’operatività [Art. 2, co. cod. pen]: con la conseguenza che, per le condanne avvenute in passato e divenute ormai irrevocabili, non c’è più nulla da fare. Solo i procedimenti pendenti potrebbero ricevere il trattamento di favore (cosiddetto “favor rei”) derivante dall’applicazione della legge penale più lieve che, in questo caso, è l’assenza di punizione.


L’infortunio in bicicletta per recarsi al lavoro è indennizzato
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È infortunio in itinere l’incidente in bicicletta nel tragitto tra casa e lavoro; spetta pertanto l’indennizzo dell’Inail.

Anche chi si reca al lavoro in bicicletta e fa un incidente sarà da oggi risarcito dall’ Inail come infortunio sul lavoro o a titolo di infortunio in itinere (quello cioè avvenuto nel tragitto per recarsi da casa al lavoro o viceversa). È questa una delle novità introdotte dal collegato ambientale alla Legge di Stabilità L. 208/2015, ormai diventata legge, che introduce misure di green economy, a partire dalla mobilità sostenibile, e contro lo spreco di risorse naturali.
Cambiano le regole sull’assicurazione degli incidenti sul lavoro Artt. 2 e 210 del Dpr 1124/65.Il testo del collegato ambientale fa riferimento alla nozione di velocipede contenuta nel codice della strada. 
La bicicletta.infatti,secondoil nuovo testo di legge,deve intendersi “sempre necessitata”, per i suoi “positivi riflessi ambientali”: ecco perché il sinistro al ciclista nel percorso casa-lavoro configura sempre un infortunio in itinere indennizzabile dall’Inail. 

– bisognerà valutare se il tragitto è percorribile a piedi
– se la copertura dei mezzi pubblici risulta sufficiente o meno. 

L’infortunio in itinere comprende gli incidenti avvenuti durante il normale percorso: 
– di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro; 
– che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro; 
– di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale. 
Le interruzioni o le deviazioni rispetto al normale percorso non sono tutelate quando sono del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessarie, mentre si considerano necessarie quando sono dovute a cause di forza maggiore, ad esigenze essenziali ed improrogabili o all’adempimento di obblighi penalmente rilevanti.




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Revisione auto: 
ora la multa scatta con la foto dell’autovelox

o del  t-red
Multe automatiche “self service” con autovelox e tutor per chi non avrà effettuato la revisione o pagato l’assicurazione rc auto.Dal prossimo anno, gli automobilisti che,passando davanti a un autovelox,non superano il limite,saranno comunque controllati e non scamperanno alla multa se avranno posto in essere altre violazioni del codice della strada come il mancato pagamento della polizza rc auto o l’omissione della revisione periodica dell’automobile. Con la nuova legge di Stabilità per il 2016, viene integrato il codice della strada l’Art. 201 cod. str.in materia di multe automatiche, prevendo la possibilità di contestare dette sanzioni anche attraverso le risultanze fotografiche degli strumenti di controllo elettronico della velocità. In buona sostanza, le telecamere dell’autovelox, così come quelle del tutor o delle Ztl serviranno anche a verificare – dietro collegamento a una banca dati ministeriale e risalendo ai dati dell’automobile attraverso la semplice targa – l’ottemperamento agli obblighi di legge che impongono la revisione periodica dell’auto Il sistema di controllo telematico sarà possibile per via delle nuova tracciabilità delle revisioni auto. In pratica, dal 1° gennaio 2015, le officine e i centri autorizzati del Ministero Trasporti dovranno effettuare le revisioni periodiche dei veicoli ed hanno l’obbligo rispettare un nuovo protocollo di comunicazione denominato MCTC NET2. e dotarsi di un software anticontraffazione su PCP (PC Prenotazione) e PCS (PC Stazione, quello collegato alle apparecchiature) e aggiornare le attrezzature (come, ad esempio, il banco prova freni, il fonometro, l’analizzatore di gas di scarico, la prova fari, ecc.). In questo modo le revisioni saranno “tracciabili” e quindi verificabili.come la circolazione senza copertura assicurativa.

I PRINCIPALI REATI DEPENALIZZATI

 

REATI CONTRO LA FEDE PUBBLICA

Falsità in scrittura privata (Art. 485)

Falsità in foglio firmato in bianco. Atto privato (Art. 486)

Falsità su un foglio firmato in bianco diverse da quelle previste dall’articolo 486. Atto privato (Art. 488)

Uso di atto falso. Atto privato (Art. 489, co. 2)

Soppressione, distruz. e occultam. di scritture private vere (Art. 490)

 

REATI CONTRO LA MORALITÀ E BUON COSTUME

Atti osceni (Art. 527, co. 1)

Pubblicazioni e spettacoli osceni (Art. 528, co. 1 e 2) 

REATI CONTRO LA PERSONA

Ingiuria (Articolo 594) 

REATI CONTRO IL PATRIMONIO

Sottrazione di cose comuni (Art. 627)

Danneggiamento semplice (Art. 635, co. 1)

Appropriazione di cose smarrite, del tesoro o di cose avute per errore o caso fortuito (Art. 647) 

CONTRAVVENZIONI DI POLIZIA

Rifiuto di prestare la propria opera in occasione di un tumulto (Art. 652 commi 1-2)

Abuso della credulità popolare (Art. 661)

Rappresentazioni teatrali o cinematografiche abusive (Art. 668, co. 1, 2 e 3)

Atti contrari alla pubblica decenza. Turpiloquio (Art. 726) 

REATI IN MATERIA DI STUPEFACENTI

Mancato rispetto dell’autorizzazione alla coltivazione di stupefacenti per uso terapeutico (art. 28, co. 2 del Dpr 309/1990) 

REATI IN MATERI DI PREVIDENZA

Omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali

(Art. 2 del Dl 463/1983) 

REATI IN MATERI DI CIRCOLAZIONE STRADALE

Guida senza patente (Art. 116, co. 15, del Dlgs 285/1992) 

REATI IN MATERI DI RICICLAGGIO

Omessa identificazione (Art. 55, com. 1, del Dlgs 231/2007)

Omessa registrazione (Art. 55, co. 4, del Dlgs 231/2007) 

REATI IN MATERI DI DIRITTO SOCIETARIO

Impedito controllo ai revisori

(Art. 29 del Dlgs 39/2010) 

REATI IN MATERI DI DIRITTO FALLIMENTARE

Omessa trasmissione dell’elenco dei protesti cambiari da parte del pubblico ufficiale (Art. 235 del Rd 267/1942) 

REATI IN MATERI DI ASSEGNO BANCARIO

Emissione di assegno da parte dell’Istituto non autorizzato o con autorizzazione revocata (Art. 117 del Rd 1736/1933) 

INTERRUZIONE DELLA GRAVIDANZA

Interruzione volontaria della propria gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate dalla legge (Art. 19, co. 2, della legge 194/1978) 

REATI IN MATERI DI PUBBLICA SICUREZZA

Violazione delle norme per l’impianto e l’uso di apparecchi radioelettrici privati (Art. 11 del Rd 234/1931) 

REATI IN MATERI DI DIRITTO D’AUTORE

Abusiva concessione in noleggio   (Art. 171-quater del legge 633/1941) 

REATI IN MATERI DI GUERRA

Omissione di denuncia di beni (Art. 3 del decreto legislativo luogotenenziale 06/1945)  

REATI IN MATERI DI MACCHINE UTENSILI

Alterazione del contrassegno di macchine (Art. 15 della L. 1329/1965) 

REATI IN MATERI DI COMMERCIO

Installazione o esercizio di impianti in mancanza di concessione (Art. 16 del Dl 745/1970) 

REATI IN MATERI DI CONTRABBANDO – VIOLAZIONI DOGANALI

Contrabbando nel movimento delle merci attraverso i confini di terra e gli spazi doganali (Art. 282 del Dpr 43/73)

Contrabbando nel movimento delle merci nei laghi di confine (Art. 283 del Dpr 43/1973)

Contrabbando nel movimento marittimo delle merci (Art. 284 del Dpr 43/1973)

Contrabbando nel movimento delle merci per via aerea (Art. 285 del Dpr 43/1973)

Contrabbando nelle zone extra-doganali (Art. 286 del Dpr 43/1973)

Contrabbando per indebito uso di merci importate con agevolazioni doganali (Art. 287 del Dpr 43/1973)

Contrabbando nei depositi doganali (Art. 288 del Dpr 43/1973)

Contrabbando nel cabotaggio e nella circolazione (Art. 289 del Dpr 43/73)

Contrabbando nell’esportazione di merci ammesse a restituzione di diritti (Art. 290 del Dpr 43/1973)

Contrabbando nell’importazione od esportazione temporanea (Art. 291 del Dpr 43/1973)

Altri casi di contrabbando (Art. 292 del Dpr 43/1973)

Pena per il contrabbando in caso di mancato o incompleto accertamento dell’oggetto del reato (Art. 294 del Dpr 43/1973)